Per evitare incomprensioni, è bene affermare subito che è certamente un buon sentimento verso Dio quello di chiedere che Egli benedica i nostri figli fin dalla loro più tenera età. La domanda, però, è speci­fica: esiste un fondamento biblico per la “cerimonia” della presentazione dei bam­bini al Signore? Nelle chiese evangeliche, che praticano soltanto il battesimo per immersione ai credenti e rifiutano il pedobattismo, o battesimo dei bambini, perché contrastante con l’insegnamento biblico riguardo al battesimo, fondato sulla fede personale e consapevole dell’individuo nel Signore Gesù come Salvatore, su quali basi si fonda que­sta “cerimonia” che risulta essere tanto comune?

La pratica della presentazione dei bambini al Signore ha una duplice matrice. Prima di tutto, il bisogno di una forma “sacramentale” in alter­nativa al rifiuto di battezzare i pargoli. Spesso, alla domanda inquisitiva se nelle chiese evangeliche si bat­tezzino i bambini, viene risposto: “No, ma sono presentati al Signore”.

Poi, per coerenza per così dire “evangelica”, si è andati alla ricerca di testi biblici che potessero confermare la cerimonia. Si è fatto ricorso, perciò, a tre casi biblici:

a. La presentazione di Samuele al Signore: “… Anna … disse a suo ma­rito: ‘Io non salirò finché il bambino non sia divezzato; allora lo con­durrò, perché sia presentato dinanzi all’Eterno e quivi rimanga per sempre”‘ (I Samuele 1:22);

b. La presentazione di Gesù al Tempio: “E quando furono compiuti i giorni della loro purificazione secondo la legge di Mosè, portarono il bambino in Gerusalemme per presentarlo al Signore” (Luca 2:22);

c. Quando Gesù benedice i bambini: “Allora gli furono presentati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli sgri­darono coloro che glieli presentavano. Gesù però disse: Lasciate i piccoli fanciulli e non vietate loro di venire a me, perché di tali è il regno de’ cieli. E imposte loro le mani, si parti di là” (Matteo 19:131 5). Con queste prove scritturali, ricercate “a posteriori”, si tenta di atte­nuare quello che per mondo religioso ufficiale risulta essere uno scan­dalo: i bambini non “battezzati”, secondo la credenza comune, sarebbe­ro impuri perché non liberati dal cosiddetto “peccato originale”. Inoltre, tale metodo di approccio alla Parola di Dio non risulta essere corretto: non deve essere la pratica di una consuetudine a stabilire una dottrina, che si giustifica, poi, con “appigli” scritturali. Ciò è in contrasto con il principio che le nostre dottrine si fondano esclusivamente sulla Scrittu­ra. Dal punto di vista evangelico, la pratica è sempre conseguenza della chiara evidenza biblica. In secondo luogo, i testi che sono presi a prova della cerimonia della presentazione dei bambini non sono applicabili, per le seguenti ragioni:

a. Il caso di Samuele è “un voto” della madre, e quindi non ricade ne­anche nella regola della legge di Mosè riguardante la presentazione al Tempio, ma è piuttosto una promessa personale; infatti Anna dice: “Pregai per aver questo fanciullo; e l’Eterno mi ha concesso quel che io gli avevo domandato. E, dal canto mio, lo dono all’Eterno; e finché gli durerà la vita, egli sarà donato all’Eterno’ …” (1 Samuele 1:27, 28);

b. Il caso di Gesù e della Sua presentazione al Tempio si tratta di un atto previsto dalla legge mosaica: “Com’è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà chiamato santo al Signore, e per offrire il sacrificio di cui parla la legge del Signore …” (Luca 2:23, 24);

c. Il caso dei bambini presentati a Gesù”… perché imponesse loro le mani e pregasse …” rivela la spontaneità di un atto di alcuni perché il Maestro benedicesse i loro figli, senza mai pensare a qualcosa che potes­se sostituire la legge mosaica;

d. Senza alcun preconcetto legato a riti di cui si ha conoscenza, non è possibile ammettere che i suddetti casi possano essere accertati come fondamento evangelico della cerimonia;

e. Il silenzio in materia, in tutto il Nuovo Testamento, è significativo e basilare, intendendo con questa definizione il “Nuovo Patto”: che ha inizio con la morte e risurrezione di Gesù. Di nessuna comunità cristia­na menzionata nel Nuovo Testamento si cita una cerimonia come la presentazione dei bambini ai Signore, né si cita qualche consiglio dato in merito dagli apostoli. Si può con tutta certezza affermare che tale si­lenzio riveli la totale assenza di questa celebrazione.

UN ATTO LITURGICO?

Se non ci sono prove scritturali e il Nuovo Testamento non ne parla, non è possibile convalidare questo “atto sacramentale”.

UN’AGGIUNTA

Come mai, allora, in alcune comunità pentecostali si celebra questa “aggiunta” liturgica? La spiegazione è semplice: credenti provenienti da chiese evangeliche dove la cerimonia era nota hanno portato con loro questa “tradizione”, ed altri con semplicità non si sono posti il problema, accettandola senza valutare il pericolo di “… praticare il ‘non oltre quel che è scritto’…” (I Corinzi 4:6). Si è giunti, in certi casi, a richiedere, da parte del ministro, l’impegno ai genitori di allevare il neonato”… in disciplina e in ammonizione del Signore” (Efesini 6:4), ed a promettere di guidarlo ad accettare Gesù Cristo come Salvatore e Signore, creando indubbiamente un’atmosfera commovente e spirituale. Sembra questa una cerimonia priva di pericoli, tuttavia per evitare di andare”… oltre quel che è scritto …”, nel dodicesimo Convegno Na­zionale dei pastori della Chiese “Assemblee di Dio in Italia”, si deliberò quanto segue: “Si chiarisce che nelle nostre comunità non esiste il rito sacramentale della presentazione dei fanciulli, ma questo non esclude che per essi, o in casa o in chiesa si possa innalzare preghiera di interces­sione a Dio” (CN/12- 103). Certamente, è gradito al Signore che noi preghiamo per i nostri figliuoli in tenera età e Lo ringraziamo per averceli donati, perché “… i figliuoli sono un’eredità che viene dall’Eterno …” (Salmo 127:3). Su richiesta dei genitori, il ministro dell’Evangelo può prega­re perché Dio benedica il neonato, ma questo, a scanso di equivoci, per non essere interpretato come “un atto sacramentale”, dovrebbe essere fatto in casa o nel locale di culto, ma non durante la celebra­zione del culto al Signore. Qualcuno forse obietterà che ormai in alcune comunità è invalso questo uso e sarebbe difficile mutarlo, anche in nome di quella “au­tonomia locale” di cui gode ogni chiesa. Ma occorre, per quella fe­deltà a tutta la Scrittura che caratterizza le chiese evangeliche di fede pentecostale, un continuo confronto tra la Parola di Dio e la nostra pratica. Il principio, segnato ed accettato dagli apostoli ed ispirato dallo Spi­rito Santo, di “… praticare il ‘non oltre quel che è scritto’ …” (I Corinzi 4:6) non può essere trascurato, senza correre il grande pericolo di per­dere la fedeltà a tutto l’Evangelo.