Se abbiamo ben compreso la domanda, la nostra lettrice si riferisce al problema psicologico a volte molto diffuso che provoca, particolarmente nelle donne, una certa insoddisfazione per la propria apparenza esteriore. Forse la nostra stessa lettrice si considera brutta, inutile, poco intelligente. Dal punto di vista biblico, non essere soddisfatti della propria condizione spirituale è un bene, poiché stimola al miglioramento, approfondendo l’intimità con Dio, mediante la meditazione della Bibbia, la preghiera e permettendo allo Spirito Santo di controllare la propria vita. Questo è certo un ottimo sentimento, che è gradito a Dio, infatti, è scritto: “L’anima mia s’attacca a te per seguirti; …” (Salmo 63:8) e “Conosciamo l’Eterno, sforziamoci di conoscerlo! …” (Osea 6:3).
Non accettarsi per quello che si è, con le proprie limitazioni, invece, è certamente qualcosa di non gradito al Signore.

UN CONFRONTO ERRATO
Il “rifiuto” di noi stessi crea uno squilibrio emotivo e conseguentemente spirituale. Esso è dovuto ad un errore basilare commesso quando ci confrontiamo con altri che crediamo più forti, più belli, più intelligenti. Di conseguenza, si manifestano quelle forme di ansia e di depressione oggi tanto comuni. Nessuno di noi può essere un altro. Donandoci la vita il Creatore ci ha dato un certo carattere e non accettandoci, virtualmente, rifiutiamo di essere ciò che Dio ha permesso che siamo. Che importanza hanno l’altezza, la prestanza fisica, il colore degli occhi, la forma del naso, il colore dei capelli? Sono tutti fattori genetici che rivelano la nostra appartenenza ad una determinata razza umana con particolari tratti somatici ereditati dai nostri genitori e dai nostri antenati. C’è qualcosa di più importante di tutto questo ed è la dolcezza del nostro carattere, la capacità di esprimere i nostri sentimenti, la purezza di una fede cristiana salda ed incontaminata.
Sbagliamo quando prendiamo a modello le varie “miss” ed i vari “mister” dei concorsi di bellezza, perché attribuiamo un valore importante a ciò che è passeggero e dimentichiamo ciò che è duraturo: “… l’essere occulto del cuore fregiato dell’ornamento incorruttibile dello spirito benigno e pacifico, che agli occhi di Dio è di gran prezzo” (I Pietro 3:4).
Anche se il testo si riferisce direttamente alle donne cristiane, sappiamo che queste virtù sono valide anche per gli uomini perché in Cristo “… non c’è né maschio né femmina; …” (Galati 3:28).

UN SENTIMENTO DANNOSO
Non accettarci per ciò che siamo è oltre tutto un sentimento dannoso, in quanto non si riconoscono le proprie debolezze. Il danno è prima di tutto la perdita della serenità della mente, che invece è tanto importante nella nostra esperienza quotidiana. L’ansia e la depressione non si superano con i tranquillanti o con cure mediche, ma si vincono accettandoci come siamo. Riconoscendo obiettivamente che Dio non ci ha dato soltanto delle limitazioni in certi campi, ma anche delle prerogative e delle virtù che altri non possiedono.
Quante volte ci è capitato di essere stati folgorati dalla bellezza fisica di individui che poi ci hanno sconvolto per la puerilità delle loro argomentazioni e per la povertà dei loro sentimenti. Invece, altre volte siamo stati “incantati” dalla dolcezza dei sentimenti e dalla profondità dei discorsi di una persona poco bella e con evidenti difetti fisici. Dal punto di vista spirituale, poi, non ammettere le proprie debolezze vuol dire manifestare un sentimento quasi di ribellione nei confronti di Dio: “… L’argilla dirà essa a colui che la forma: ‘Che fai?’ …” (Isaia 45:9).
Questo senso di insoddisfazione instaura un rapporto di “freddezza” verso Dio, il Quale, a giudicare dalle lagnanze, nei nostri confronti avrebbe commesso una palese ingiustizia. Questa “critica gretta” nei confronti del Signore toglie certamente la gioia di quel rapporto cordiale, che deve sempre sussistere con Chi ci è “Padre e Dio”.

UN ESEMPIO DA IMITARE
Nella seconda epistola ai Corinzi, che è anche autobiografica particolarmente nel capitolo 12:7-12, l’apostolo Paolo tratta proprio questo argomento, quello dell’accettarsi quali siamo.
Prima di tutto riconosce obiettivamente le proprie debolezze espresse con quello “… stecco nella carne …” che altre volte fece dire all’apostolo, scrivendo ai suoi fratelli della Galazia: “… quella mia infermità corporale che era per voi una prova, voi non la sprezzaste né l’aveste a schifo; al contrario, mi accoglieste come un angelo di Dio, …” (Galati 4:14).
Come giudica questa “debolezza”? La offre in dono al Signore e si rallegra perché dice: “… quando son debole, allora sono forte” (II Corinzi 12:10).
Poi, nei versetti 11 e 12 riconosce che la grazia di Dio gli basta perché è la sua vera forza ed è felice di accettare le limitazioni in quanto rappresentano una possibilità unica di essere usato da Dio in maniera esclusiva. Per questa ragione Paolo poteva anche affermare:”… per la grazia di Dio io sono quello che sono; …” (I Corinzi 15:10).
DUE LEZIONI
Per accettarci quali siamo dobbiamo imparare due lezioni: la prima è quella dell’obiettività. E’ molto difficile vederci come ci vedono gli altri, ma è importante non farci vincere dall’opinione parziale e interessata che abbiamo di noi stessi. Pur cercando di migliorarci accettiamoci con tutte le limitazioni. Se non abbiamo una bella voce, ad esempio, non facciamone una tragedia, certamente Iddio ci ha dato qualche altra qualità che i migliori cantanti non hanno. Non fissiamo l’attenzione sulle nostre limitazioni, ma cerchiamo invece l’area della nostra vita nella quale possiamo essere utili e di benedizione.
La seconda lezione è quella dell’individualità: Dio ha creato ciascuno di noi come un “pezzo unico”. Non esistono due persone identiche, perfino i gemelli hanno diverse impronte digitali, diverse combinazioni di talenti. L’obiettività e l’individualità sono gli elementi fondamentali per risolvere il problema, accettandoci come siamo: questa è la sfida per ciascuno di noi.

L’EQUILIBRIO
Riconosciamo quindi che il Signore ci ha creati uno diverso dall’altro ed ha anche stabilito un piano particolareggiato per ciascuno di noi. Oltre a ciò ha anche provveduto una speciale branca di servizio nella quale possiamo esprimere al meglio tutte le nostre possibilità. E’noto, ad esempio, il caso più recente di questa preziosa “combinazione”: quello di Joni Eareckson, una credente affetta da paraplegia totale, che non può usare in nessun modo gli arti ed è obbligata a scrivere e a dipingere con la bocca. Come può una persona tanto tragicamente colpita essere divenuta una benedizione per migliaia di credenti? Soltanto accettandosi per ciò che è ed utilizzando le risorse che possiede per esprimere pienamente la propria personalità alla gloria di Dio, infondendo speranza e coraggio in un mondo di disperati e di depressi.
“Io posso ogni cosa in Colui che mi fortifica”: ecco il segreto per vincere le nostre incertezze ed accettarci come siamo.