Il lettore che ha posto questa domanda è certamente un credente di una certa età che si preoccupa di una tendenza molto evidente, non soltanto nelle nostre comunità, ma anche nella società contemporanea. Prima di tutto, va precisato che almeno per ciò che riguarda direttamente le nostre chiese, non si può parlare di frattura ma, al massimo, di diversità tra generazioni.
Occorre ricordare, infatti, che questo problema è più evidente oggi che nel passato per diverse ragioni: il progresso tecnologico, l’istruzione scolastica diffusa, il tenore di vita generalmente più elevato, ma soprattutto una sempre più ampia libertà di espressione, almeno nell’ambito della nostra cultura occidentale.
Ogni generazione è stata sempre diversa dalla precedente, si sono sempre manifestate divergenze di opinioni, ma oggi tutto questo è più marcato che nel passato per il “boom” delle comunicazioni di massa (stampa, radio, televisione) che creano dei modelli di vita e per la rapidità dei viaggi internazionali che influenzano usi e costumi, creando un inevitabile confronto tra culture, metodi, mode ed abitudini, dando vita a modelli sopranazionali di esistenza.
Un notissimo studioso di comunicazioni di massa aveva affermato con lungimiranza, già alcuni anni or sono, che il mondo stava creando un nuovo modello di vita che, con un’espressione felice, definiva: “il villaggio globale”.
Questa realtà non può essere sottovalutata ed è la ragione fondamentale della “frattura” tra le generazioni.

FRATTURA O DIVERSITÀ?
Non possiamo parlare di “frattura generazionale” nelle nostre chiese, ma al massimo, come già affermato, di generazioni tra loro diverse. Questo è inevitabile, in quanto nelle nostre chiese coesistono non soltanto generazioni biologiche diverse, ma generazioni spirituali differenti.
Una qualsiasi comunità viva ed attiva è composta dal gruppo dei fondatori che, in certi casi, sono già tutti, o quasi, “tornati alla casa del padre”.
Costoro hanno passato il “testimone” alla seconda generazione, generalmente i propri figli spirituali e, grazie a Dio, anche naturali, i quali a loro volta hanno fatto la gloriosa esperienza della salvezza.
Infine esiste la generazione attuale dei nuovi convertiti che non vengono da un ambiente evangelico. Ecco, quindi, il problema inevitabile dal punto di vista umano, ma risolvibile dal punto di vista cristiano e biblico.
Il primo grande miracolo della Chiesa dei circa centoventi il giorno della Pentecoste non fu “… un suono come di un vento impetuoso che soffia, …”, e neanche le “… lingue come di fuoco …”, neanche la pie­nezza dello Spirito Santo o il “… parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro d’esprimersi” (Atti 2:2-4), ma la loro unità i centoventi circa erano non soltanto “… nel medesimo luogo” ma, come molte ver­sioni rendono, “… di pari consentimento” (Vers. Diodati), “… di un animo solo” (Atti 2:1).
Questo miracolo divino si è ripetuto nei secoli e si ripete ancora per quelle chiese composte da credenti che umilmente si sottomettono al­l’autorità assoluta ed indiscutibile della Parola di Dio.

CHE COSA FARE CON LE DIFFERENZE
Tutti noi siamo influenzati inconsapevolmente dall’ambiente nel quale viviamo. Per esempio, senza volerlo, utilizziamo una forma di lin­guaggio diversa da quella di qualche decennio fa poiché la stampa, la ra­dio e la televisione ci bombardano continuamente con parole nuove. Inoltre, la nostra società aperta invita alla critica, magari “costruttiva”, come amiamo definirla per scusarci con il prossimo.
Ormai la gente non ha più “peli sulla lingua”, dice quello che pensa sia in pubblico che in privato, a meno che non sia intimorita da possibi­li eventuali violenze fisiche, che certi ambienti “autoritari” ancora mi­nacciano, ma certamente questo non è il caso delle nostre chiese.
La Scrittura invita alla chiarezza e alla franchezza mentre condanna la maldicenza, il mormorio, la calunnia e gli scismi.
La prima cosa che ogni membro del “corpo di Cristo” dovrebbe ma­nifestare è il rispetto reciproco: “… quanto all’onore, prevenitevi gli uni gli altri” (Romani 12:10). I credenti devono essere “pronti sempre a ri­spondere a … chiunque domanda ragione della speranza … con dolcez­za e rispetto; …” (I Pietro 3:15).
La dolcezza e il rispetto devono essere manifestati dai membri della comunità cristiana appartenente a qualsiasi generazione. I cristiani non devono provocarsi a vicenda, ma amarsi, comprendersi, sopportarsi e soprattutto esortarsi”… gli uni gli altri …” (Ebrei 3:13).

ALTRE CAUSE DA CONSIDERARE
Oltre alle ragioni sociologiche esistono altre ragioni pratiche, che spesso si dimenticano.
Prima di tutto la disinformazione. Molti credenti delle nuove gene­razioni conoscono poco o nulla delle vicende storiche, dottrinali ed etiche del nostro Movimento, quindi non possono comprendere le ra­gioni di determinati comportamenti, che talvolta reputano non sol­tanto “tradizionali”, ma anche eccessivi, se non eccentrici. Le nostre co­munità, sorte per la benignità di Dio circa ottantacinque anni fa, sono rimaste salde nella sana dottrina biblica per la provvidenza divina e per la guida dello Spirito Santo. Certi comportamenti, oggi reputati “anti­quati”, sono invece il risultato dell’onesta ricerca biblica e dell’espe­rienza comunitaria di decenni.
La “vecchia generazione” della Pentecoste accetta questi compor­tamenti come scontati, ma inconsapevolmente commette l’errore di volerli vedere attuati dalle “nuove generazioni” senza spiegarne le ra­gioni.
Nulla del comportamento individuale o comunitario potrà mai es­sere automaticamente accettato come “tradizione”. Tutto deve essere sempre valutato ed insegnato alla luce perfetta della Parola di Dio.
E’ dovere, quindi, della “vecchia generazione” istruire la “nuova”. Quando Giosuè rizzò a Ghilgal il monumento delle dodici pietre del Giordano disse: “Quando, in avvenire, i vostri figliuoli domanderanno ai loro padri: Che significano queste pietre? voi lo farete sapere … onde … voi temiate in ogni tempo l’Eterno, il vostro Dio” (Giosuè 4:21-24).
L’informazione è necessaria e deve essere fornita innanzi tutto dalla famiglia, poi dalla Scuola Domenicale ed infine confermata dal mini­sterio della Parola.
La seconda causa è la polverizzazione delle attività comunitarie. Troppo spesso in seno alle chiese sorgono attività che, se lasciate a se stesse, si costituiscono in dipartimenti stagni. Certamente c’è posto per la Scuola Domenicale, per i gruppi giovanili, per le iniziative di gruppi corali e musicali, per gruppi evangelistici di vario genere, ma spesso queste attività divengono una chiesa nella chiesa e, talvolta, perfino motivo di “concorrenza” e scismi. Senza dubbio c’è necessità di riunioni speciali dei membri di questi gruppi per coordinare le proprie attività, ma dovranno polarizzarsi nella comunità durante le riunioni alle quali partecipano tutti: i giovani con il loro entusiasmo, i più anziani con la loro maturità e stabilità, le donne con la loro di­sposizione alla materna comprensione, gli uomini con la loro espe­rienza.
Tutte insieme, le diverse generazioni della vera comunità cristiana si radunano nella “comunione dello Spirito Santo”.
Infine, un’ultima causa è la mondanizzazione. E un termine poco usato, poco popolare, perché sembra a prima vista troppo severo. Pur­troppo, però, la continua influenza negativa del mondo che ci circonda spinge i credenti a dimenticare alcune norme della santificazione stabi­lite dalla Parola di Dio.
Certamente non sono le “nuove generazioni” ad esserne responsa­bili per prime, ma piuttosto quei credenti con maggiore esperienza, che non hanno dato per primi l’esempio. La prosperità in certi casi ha fatto “scatenare” alcuni credenti, che non hanno compiuto scelte sem­pre equilibrate, scambiando l’aspetto dignitoso con la moda eccentri­ca, la pulizia personale con la cosmesi, l’ordine con l’ostentazione di gioielli. Questo “cedimento” verso la mondanità ha incoraggiato altri a seguirne l’esempio interpretando poi il silenzio sofferto dal pulpito co­me un assenso benevolo a questa nuova concezione delle norme ri­guardanti la santità.
Lo Spirito Santo non ha mai cambiato idea, quello che era scritto nella Bibbia ottant’anni fa è ancora valido oggi.
Sarà necessario esaminare noi stessi, i nostri sentimenti e le nostre abitudini per considerare se il Signore ci chiama a “rivedere” la nostra vita, e ad apportare alcuni drastici cambiamenti al nostro comporta­mento.
È evidente che non si può creare l’unità dello Spirito con norme dra­stiche, comunitarie, ma l’insegnamento ben definito della dottrina bi­blica, l’incoraggiamento a ricercare la benedizione e doni dello Spirito Santo, saranno i mezzi insostituibili per produrre quel “pari consentimento” indispensabile affinché la Chiesa di Cristo, fedele a “tutto l’Evangelo”, continui a proclamare “… le virtù di Colui che vi ha chia­mati dalle tenebre alla sua maravigliosa luce” (I Pietro 2:9).
Occorre che i cristiani “nati di nuovo” di ogni generazione ricordino sempre l’esortazione biblica: “… non vi conformate a questo secolo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la volontà di Dio, la buona, accettevo­le e perfetta volontà” (Romani 12:2).